28/gen/2013

Filo diretto: "Disegnare mi sembra un atto troppo intimo per trasformarlo in una professione"

Buon inizio settimana, oggi a Filo Diretto viene trattata una questione affascinante: quella dell'aspetto commerciale potenzialmente contenuto nella propria produzione artistica.
Mi è arrivata questa domanda tempo fa sul nostro account Formspring:


D:

Pur essendo un professionista del settore (grafica, webdesign, 3D), il disegnare mi sembra un atto così intimo, difficile da trasformare in una professione. Può sembrare banale, ma da dove si comincia? Sarà che mi nascondo dietro ai software?




Fonte: http://hikingartist.com



E' una domanda che richiede di prendere in considerazione un aspetto controverso del disegno: la potenziale commercialità
contenuta in esso.
Rispondo premettendo che non ci si può nascondere dietro ai software: i software sono solo un media con cui si porta avanti e materializza la propria idea. Non fanno il disegno.
Infatti ci sono tante, tantissime illustrazioni digitali di pessimo gusto, persino quando si riconosce a prima vista che chi le ha
realizzate conosce il software e i suoi strumenti.
Il buon gusto e la sensibilità in un disegno si notano subito tanto quanto si nota la loro mancanza; questo è vero sia per il disegno tradizionale che per quello digitale. Quindi sfatiamo il mito secondo il quale ci si può "nascondere" dietro il disegno digitale in caso di mancanza di tecnica. Ci sono dei concetti che se oscuri in campo tradizionale lasciano delle grosse lacune anche quando disegnamo in Photoshop, Illustrator, Painter o Artrage.
Anche per ricalcare bisogna conoscere ciò che si vorrebbe disegnare: mi è capitato di vedere dei ricalchi fatti evidentemente da qualcuno che non sapeva nemmeno le basi di anatomia umana e pensava che ricalcando avrebbe ovviato al problema. Invece si vede quando qualcuno ricalca qualcosa che non conosce! Perchè prima di disegnare bisogna vedere. Vedere in modo accurato e analitico, scomponendo le forme e rimettendole insieme nella propria testa. Disegnare è anche conoscere ciò che disegnamo.
Vi siete mai trovati a disegnare qualcosa per la prima volta rendendovi conto che dovevate osservare con attenzione per capire come disegnarlo?
Un software non può fare questo al posto vostro. Solo voi potete farlo.
Il gusto nel colore è un'altra spina nel fianco per molti; anche in questo caso il software può fare poco, perchè la teoria del colore o comunque gli abbinamenti cromatici che funzionano e quelli che vanno evitati, vanno studiati e conosciuti. Nessun software lo farà per l'utente.
E la composizione, stessa storia. Un po' si deve avere il gusto, un po' va acquisita con l'osservazione di prodotti di arte visiva di buona qualità (foto, grafiche, pubblicità, illustrazioni e via dicendo). Nessun Photoshop o ArtRage vi diranno che se a destra è tutto vuoto e gli elementi del disegno sono spostati tutti a sinistra avete in mano una composizione sbilanciata e disturbante alla vista.
Non è possibile nascondersi dietro il software: ricordate, appunto, che perfino per ricalcare bisogna avere delle nozioni di ciò che si ricalca. Figuriamoci il resto.




Premesso questo, il disegno è un'attività intima, è vero.
Io faccio molta fatica a disegnare in presenza di altre persone perchè mi sento quasi spogliata e analizzata: non conosco timidezza nella mia vita se non quella di disegnare in pubblico.
Parlare davanti a tante persone non è mai stato un problema, per esempio. Conoscere persone nuove a una festa o una cena non mi mette in nessun imbarazzo, anzi sono sempre curiosa. Persino quando ho incontrato personaggi famosi non avevo grossa soggezione. Se mi chiedono di stonare al karaoke non mi faccio problemi. Eppure...
Due anni fa quando presentammo in stand al Torino Comics "Kill the Granny - Comedy Collection" ero in seria difficoltà; da una parte era bellissimo avere in fila le persone che aspettavano la propria dedica e disegno sul volume. Ma dall'altra avevo un'ansia da prestazione davvero terribile e più accresceva più i disegni diventavano confusi. Vedevo le persone contentissime, ma io mi sentivo quasi in colpa perchè sapevo che non ero riuscita a fare quei disegni come volevo io. Chiacchieravo con chi aspettava la propria dedica e in quello non avevo timidezza, ma il disegno mi bloccava.
E allora tornando in treno verso Milano mi chiesi perchè mi sentivo così. Così inadatta, così in colpa, così poco brava e professionale.
Qualche mese dopo mi capitò qualche volta di lavorare in studio con delle persone. L'atmosfera era distesa e persino divertente, ma io non riuscivo proprio a "entrare" nel vivo del mio disegno, non riuscivo a sentirlo e portarlo avanti con la giusta partecipazione. E rimanevo indietro, mentre gli altri filavano velocemente ai loro Mac o ai loro tavoli da disegno.
Mi chiedo tutt'ora se sarei in grado, magari col tempo, di stare in uno studio condiviso, perchè mi piacerebbe da una parte, ma dall'altra in presenza altrui non riesco a focalizzare la mia attenzione su ciò che disegno.
Forse per me è ancora qualcosa di troppo intimo. Non so, forse siamo tutti diversi; del resto i colleghi che lavorarono con me a Kill the Granny disegnavano tanto e bene a differenza mia, apparentemente sereni e indifferenti (in senso positivo) alla presenza di chi chiedeva il volumetto firmato e disegnato. Senza contare tutte le persone che stanno in 5 o persino di più in un unico studio. Li invidio molto.
Da tre anni disegno per mestiere (anzi a dirla tutta ho lavorato come pixel artist anche anni prima) ma per ora disegnare è ancora qualcosa di molto intimo, quindi capisco in parte questa domanda.

Perchè rispondo <<in parte>>?

Perchè dall'altra ho invece un distacco da ciò che disegno, che è importantissimo se si pensa di disegnare per professione o comunque per commissione.
Serve a:
- Capire che quel disegno non è per me; di conseguenza focalizzo la mia attenzione su ciò che vuole il richiedente. Posso mediare se
vengono richieste cose orrende, suggerendo pacatamente alternative (è un discorso un po' lungo da fare, magari lo tratterò a parte) ma in definitiva disegno per qualcun altro col mio gusto, ma sentendo che non sto disegnando per me e quindi l'assetto emotivo verso ciò che disegno è diverso.
- Non scadere nel perfezionismo. Il perfezionismo non è una virtù, è un grave difetto. E qui qualcuno chiederà "Ma perchè? Il perfezionismo fa fare le cose bene". Non è vero. Il perfezionismo è quella caratteristica che fa rallentare il lavoro e lo fa rifare 200 volte rendendoci perennemente insoddisfatti o facendoci lasciare incompiuti tavole per giorni, settimane o mesi. Il buon gusto e la buona volontà fanno fare le cose bene. Il perfezionismo è una scusa con cui procastiniamo all'infinito ciò che dobbiamo finire per nonprendercene la responsabilità, per non mettere mai la parola "fine." Ma una committenza costringe a mettere da parte il perfezionismo.
Quando si hanno 20 tavole da fare in un mese si utilizzano il proprio buon gusto e la propria buona volontà per fare le cose bene. Non c'è spazio per il perfezionismo; non c'è spazio per rifare millemila volte una tavola e nella maggior parte dei casi le nostre fisse sui difetti presunti nel disegno non toccano minimamente il committente. In questo senso, avere il distacco giusto sul disegno permette di non scivolare in questo atteggiamento e il disegno commissionato diventa un ottimo esercizio contro l'inconcludenza di cui molti creativi soffrono. Chi non riesce a superare il perfezionismo e l'inconcludenza che ne consegue, finisce col non lavorare. Non c'è spazio per le paranoie in campo lavorativo: i tempi sono stretti. C'è un team di persone che deve funzionare e il perfezionismo tipico del disegnatore non ha spazio per rallentare il processo, altrimenti si viene tagliati inesorabilmente fuori.
- Non attaccarsi eccessivamente al disegno. L'affetto eccessivo verso la propria creazione è tipica di chi non disegna su
commissione. Non c'è niente di male, ma per disegnare per qualcun altro e dividersi dal proprio disegno ci vuole un certo distacco che in un certo senso è anche sano. Faremo altri disegni. Un ottimo esercizio è iniziare a regalarli, quando ancora siamo all'artistico o a scuola. Impariamo a separarcene, impariamo a non santificare ogni scarabocchio che facciamo. Impariamo invece a vedere cosa guadagnamo quando ci separiamo dalla tavola, fosse anche uno schizzo. A me per esempio l'idea che molte persone abbiano tra le mani un mio disegno riempie di gioia e soddisfazione.
- Farsi pagare. A rischio di sembrarvi veniale, dovevo scriverlo. In fondo sto trattando l'argomento "potenziale disegno professionale"e non c'è niente di professionare a lavorare gratis. Quello è volontariato.
Il distacco sano verso il proprio operato ci serve a capire che dobbiamo essere pagati se qualcuno vuole utilizzare un nostro disegno per fini commerciali. Lasciamo la concezione bohémienne di produzione artistica a qualcun altro: finché abbiamo un morboso attaccamento all'attività di disegno, farci pagare ci sembrerà sempre una pretesa eccessiva. "In fondo mi ci sono divertito" "A me piace disegnare (quindi non è giusto farmi pagare)" In realtà è la normalità!
"Il prezzo di una cosa è la quantità di vita che occorre scambiare per ottenerla." Citazione di Henry D. Thoreau. Vi dice niente?
In questo senso come vedete, il giusto distacco permette di vedere con obiettività ciò che stiamo facendo e di dargli il giusto valore(temporale ed economico).


Il distacco dal disegno è indispensabile in questi termini.
Non c'è giusto o sbagliato: qualcuno può naturalmente non pensarla così, ma è difficile che riesca in tal caso a farne un mestiere.
La vita però,  per fortuna non è o bianca o nera: infatti anche chi disegna per mestiere deve riuscire a mantenere una dimensione intima nel disegno. E' vitale!
Molti fumettisti e illustratori si dilettano in tavole proprie, a volte anche molto diverse da ciò che trattano stilisticamente per la committenza.
Questo perchè l'attività artistica non è comunque scevra da una dimensione emozionale.
Ho provato sulla mia pelle a non avere tempo per mesi di disegnare qualcosa di mio; anche in questo momento ho una cartelletta piena di schizzi e appunti su sogni che ho fatto o cose che ho immaginato e vorrei elaborare in tavole "private". Quando ne ho il tempo, mi ci dedico ed è davvero rinfrancante.
Quindi, disegnare per mestiere non è sacrificare tutto il proprio estro. Si impara piuttosto a tenerlo per la propria crescita artistica e interiore e paradossalmente, la dimensione emotiva si fa persino più forte.
Perchè?
Provo a farvi un esempio: dopo giorni in viaggio con qualcuno, c'è sempre quel sollievo dell'essere finalmente soli quando si torna a casa. La mente si rilassa e si svuota, come quando tornando da fuori, ci mettiamo gli abiti comodi da casa. Se qualcuno ci reclama subito dopo che ci siamo messi i pantaloni e le calzature comode da casa, è molto difficile che ci rituffiamo fuori. Abbiamo bisogno di ricaricarci.
Con il disegno è la stessa cosa: dopo che per un mese mi sono dedicata a un cliente, apro la mia cartelletta di schizzi e idee e non ci sono per nessuno! Guai se qualcuno prova a rubarmi il tempo che mi sono ritagliata per disegnare per me stessa, difendo quello spazio e quel tempo con le unghie e con i denti!
In tal senso si crea un attaccamento alla propria produzione artistica personale ancora più accentuata.
E' un po' come quando si rivede qualcuno dopo tanto tempo: ci si gode la sua presenza molto di più che non se lo vedessimo ogni santo giorno.

Ecco quindi che la mia risposta è: disegnare è un'attività intima ma disegnare per professione non rende meno intima l'esperienza di disegno.
Sicuramente qualcuno può desiderare che questa dimensione rimanga sempre ed esclusivamente intima.
L'unico modo di capire è provare sulla nostra pelle...
Se ci sentiamo "derubati" del nostro tempo e delle nostre risorse creative disegnando per qualcuno (di solito qualcosa che non disegneremmo "liberamente") forse il disegno è un'attività esclusivamente privata.
Di certo non si può sapere senza provare.

6 commenti:

  1. I disegni che faccio sono come parti importanti di me e alcuni li ho regalati così come ho regalato alcuni miei dipinti, ma li ho dati solo a persone che vedendoli avevano una luce negli occhi e la bocca aperta per lo stupore. Quell'espressione per me è uno dei migliori complimenti che mi possano fare.
    Adesso sto un po' attenta anche perché se continuassi a regalare, non avrei niente per me, non potrei farmi un vero book e poi c'è appunto l'aspetto monetario da tenere conto.
    Comunque credo che la vera arte sia un atto intimo e non parlo solo del disegno, ma anche di cantare, di recitare. Credo che l'arte sia comunicazione. E' come se mi senta in grado di donare qualcosa a qualcuno.
    Ci sono solo delle circostanze che mi fanno sentire in disagio: è quando le altre persone pretendono, come se fossi la loro macchina pronta ad ubbidire a ogni loro desiderio.
    Come se fossi un animale rinchiuso in uno zoo e chi guarda è lì a dire "dai, è fa questo, cammina, stirati, fai la coda (nel caso del pavone)."

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  2. Io penso che il disegno sia un modo per comunicare, come può esserlo la lingua, la recitazione o la scrittura. In questo senso per me è importante che il disengo non rimanga chiuso in un cassetto. E' un modo per raccontare, per esprimere sentimenti, emozioni. Sarebbe come dire: mi piace fare l'attore, ma è una cosa molto intima e quindi recito solo sotto la doccia! :D

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  3. mi hai aperto gli occhi su uno dei miei più grandi problemi, forse l'unico vero motivo per il quale non mi sono mai buttato nel professionismo (a parte vari problemi di tecnica): il perfezionismo come scusa per una cronica inconcludenza. Non sono mai riuscito a finire granché di quel che ho disegnato, per troppo amore nei confronti di storie e personaggi, per paura, per pigrizia, per "non sono in grado" o "è come vorrei".
    Grazie e spero di farne tesoro (qualora fossi ancora in tempo)

    Fabio

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  4. Molto chiara e diretta, come sempre..Grazie!

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  5. Amen, finalmente non mi sento un pesce fuor d'acqua a continuare a ripetere che il chi vuole fare questa professione DEVE saper disegnare prima di tutto e padronanza nelle tecniche pittoriche... poi può usare photoshop etc..
    Il fatto del distacco è una questione molto personale ed ognuno la vive a modo suo.
    Grazie per questo post
    Chiara

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  6. come sempre mi piace leggere i tuoi post, mi fanno compagnia nei miei viaggi in treno,
    mi ritrovo nelle tue parole, grazie Morena per il tempo che dedichi nella cura di questo blog, un caro saluto francesca

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